Mentre vedevo andar via mia sorella con quei suoi occhioni neri così identici ai miei, mentre la vedevo scomparire dentro il regionale delle 13.51, mentre il silenzio si riappropriava di tutti gli spazi che nei giorni della sua permanenza erano stati invasi dalle sue parole e dai suoi abbracci, pensavo che è bello così.
Pensavo, soprattutto, che dopo tutto questo – nonostante tutto questo – il mio posto è qui.
Mia madre dice sempre che ci vuole davvero tanta forza ad essere deboli, per imparare ad essere deboli. Lei che combatte tutti i giorni con una malattia che le riserva delle sorprese inaspettate, lei che ha iniziato a portare il bastone.
A volte penso a come sarò tra sei anni, o alla fine del mio dottorato, o alla fine dell'estate... tutto corre alla velocità della luce e non riesco ad afferrare nemmeno una goccia di mare.
Penso a quella fotografia. Quella fotografia che non c’è stata, che avremmo voluto fare ma poi non ne abbiamo avuto il tempo, il modo e la voglia. Una fotografia di quella sera, la sera del 23 luglio del 2007, di quella cena a Parma in casa della M..
Ci saremmo stretti tutti insieme e avremmo guardato sorridenti dentro l’obiettivo. Magri, abbronzati, felici, pronti per le imminenti vacanze. Una fotografia che avrei avuto forse per mesi come icona del mio emmessenne.
Ora invece tutto è cambiato: alcuni contratti sono scaduti e nuove facce popolano questo ufficio. Qualcuno non ha accettato la fine e si aggrappa grottescamente a mesi di presenza abusiva, poi va via con l’orgoglio dell’eroe azzoppato. Qualcun altro chiede proroghe che servono solo ad allungare i tempi di realizzazione della fine. È triste. Sarà che sono appena all’inizio, ma vedere gli altri che non accettano di aver finito un percorso è triste. Vedere la paura nei loro occhi, la paura di un futuro incerto, di un lavoro che non arriva, di compromessi da accettare a testa bassa. Vedere anche una sorta di invidia per te che ci stai ancora dentro è ancora peggio.
Avrei voglia di andare all'estero, di testare un’aporia internazionale, di sradicarmi un po' da R.. Io invidio ,ale, perché lui ha la capacità di non affezionarsi alla camera che lo ospita per dieci mesi, lui ha la capacità di girare il mondo e avere amici di tutti i colori.
Io, invece, ovunque vado tendo a mettere radici, a voler dare un senso a tutti i dettagli che mi vengono a cercare, a riempire di coccinelle ogni luogo.
Questa casa meravigliosa che dà sui tetti del centro storico suona un po' come una presa di posizione.
Vorrei imparare, invece, a mettere le ali. E a non prendermela più di tanto, se le cose non vanno come dico io.